Una volta le favole cominciavano con la frase “c’era una volta” e finivano tutte bene, il COVID non è diventato certamente una favola da raccontare e per tanti, troppi non è finita nemmeno bene anche se era cominciata con tanti cartelli colorati sui terrazzi che recavano la frase positiva e piena di speranza “Andrà tutto bene”, in realtà non è andata bene, poteva andare meglio? Non lo sappiamo, poteva andare peggio? Non lo sappiamo, sappiamo certamente quello che è stato e sappiamo che ora abbiamo il diritto e dovere di fare andare bene questo nostro presente ancora ferito e zoppicante, mi viene in mente a questo proposito una canzone di Venditti che dice: e quando pensi che sia finita e proprio allora che comincia un’altra vita.
Ecco dobbiamo cercarla vederla trovarla o crearla questa nostra nuova vita non dimenticando quello che abbiamo sperimentato sulla nostra pelle, due miei ricordi di quel periodo su tutti: l’immagine di quella infermiera nei primi giorni della pandemia che stanca, spossata e forse sconfitta si era addormentata per pochi minuti inerme con la testa poggiata sulle sue mani e il video di una vera, grottesca e inutile caccia all’uomo su una spiaggia deserta, un uomo solo che correva sul bagnasciuga inseguito e bloccato da vigili trionfanti. Due immagini che danno ancora il senso delle nostre emozioni, comportamenti e restrizioni in quel tempo.
E dove sono finiti quelli che in quel tempo vennero definiti Eroi, cioè gli operatori sanitari? Cioè voi? Alcuni stanno affrontando una sintomatologia da Burn out, in tanti avete modificato la percezione della professione che una volta veniva definita missione, la maggior parte però è ritornata alle dinamiche pre COVID, ambulatori, pazienti, anamnesi, diagnosi e terapia: ma specialmente le dinamiche relazionali con il paziente non sono né possono esserlo in realtà le stesse del pre COVID. Il passato è un pensiero, il futuro è un mistero, il presente è la sola nostra realtà e anche la relazione medico paziente se in superficie sembra la stessa è uscita da questo passato profondamente modificata.
Comunicazione e pandemia: cosa è cambiato
Capire queste modificazioni psicologiche ed anche comportamentali rappresenta il punto di partenza per lo sviluppo di una nuova comunicazione terapeutica. Un aiuto nella gestione delle relazioni con i pazienti e non solo, può venire da quella che io definisco “La nuova neurocomunicazione”, qualcosa che viene dalle più recenti acquisizioni nel campo delle neuroscienze, questa neurocomunicazione ha a che vedere con i livelli interni di ormoni e neurotrasmettitori, che sono poi i responsabili dello sviluppo delle nostre emozioni, pensieri e comportamenti. Saper influenzare i livelli endogeni di questi neurotrasmettitori può permettere di modificare sensazioni emozioni e quindi comportamenti nei pazienti ed anche in noi stessi.
La nuova comunicazione terapeutica non potrà prescindere dall’acquisizione di questa nuova competenza, come fare? Essenzialmente con il linguaggio. Anche Techdow si sta impegnando per aiutare i medici nell’acquisizione di queste nuove competenze con una serie di seminari sul tema, questo articolo ne è l’introduzione. Si è visto come durante il COVID i nostri livelli di adrenalina (paura) e cortisolo (stress) siano aumentati mentre gli ormoni (e neurotrasmettitori) diciamo buoni tra cui ossitocina, dopamina e serotonina siano diminuiti. Inoltre, la crisi economica, la guerra ecc., contribuiscono a tenere alti i livelli di adrenalina e cortisolo. Siamo tutti meno pazienti, più insofferenti delle regole (che abbiamo seguito diligentemente nel periodo COVID) più guardinghi, più aggressivi, ci fidiamo meno degli altri, vogliamo tutto e subito, saper gestire questi nuovi stati d’animo in noi stessi e negli altri sarà il segreto per lo sviluppo di relazioni costruttive ed efficaci. L’ascolto di noi stessi e dell’altro diventa uno strumento di vera efficacia relazionale, non un ascolto passivo ma un nuovo ascolto empatico, cercando di capire le nostre e le loro cicatrici, le paure, le perdite e l’immagine del futuro, il medico deve recuperare la piena autorevolezza della professione, la fiducia in se stesso e la credibilità delle sue direi straordinarie competenze. Se si realizzerà tutto questo allora forse ai nostri nipoti potremo raccontare una nuova favola dal finale positivo. Come disse qualcuno una volta: Non abbiate paura, io aggiungo invece: in bocca al lupo EROI.

di Giovanni Gabrielli



